B&V ANNO XVI | numero 601 del 16 dicembre 2011




Informazione declassata
La classifica sulla libertà d'informazione nel mondo vede l'Italia retrocedere al 61esimo posto, in controtendenza rispetto al trend europeo. La recessione non è solo economica.
Due fatti diversi ma correlati hanno movimentato il mondo della tv: Augusto Minzolini è stato rimosso dalla direzione del Tg1, mentre Enrico Mentana ha prima dato e poi ritirato le dimissioni da direttore di TgLa7. Due scossoni che non cambieranno in meglio la situazione critica dell'informazione italiana. Minzolini è stato cacciato a causa del danno d'immagine procurato alla Rai dall'inchiesta per peculato che la magistratura ha aperto su di lui.

Non sono bastati due anni di ascolti scarsi, servizi mediocri e l'azzeramento della credibilità del Tg1: è servito un giudice per cambiare il vertice del primo telegiornale pubblico, ora guidato ad interim da Alberto Maccari (direttore del Tgr), certo non una ventata d'aria fresca per viale Mazzini, che resta in balìa della lottizzazione.

Lo strappo tra Mentana e La7, invece, è stato causato dalla scelta del giornalista di non leggere un comunicato di solidarietà della redazione di TgLa7 con lo sciopero dei poligrafici avvenuto martedì. Il super-direttore è stato accusato di comportamento antisindacale e, convinto che la sua redazione l'avesse denunciato alla magistratura, ha presentato le dimissioni. Ma a quanto pare non c'è stata denuncia e il cdr ha detto di rivolere Mentana il quale, con un cambio di direzione da mezzala, è tornato al suo posto come se niente fosse.

Tanto rumore per nulla, in questa settimana di dicembre caratterizzata da rivoluzioni innocue: cambiare tutto per non cambiare niente, così che pochi continuino a interpellarsi sulla qualità del giornalismo televisivo (e non) in Italia, e i più siano distratti da carte di credito aziendali e scaramucce.


L'Italia e il Pil 2.0
Facebook contribuisce al prodotto interno lordo italiano per 2,5 miliardi di euro. E crea lavoro in tempo di crisi.
Il vero antidoto anti-crisi sembra essere il web 2.0. Anche in un periodo difficile come questo, i grandi social network generano ricchezza e offrono opportunità di lavoro, soprattutto ai giovani.

Esempio eclatante in materia è Facebook, che in Europa muove qualcosa come 15,3 miliardi di euro l'anno e impiega 232mila persone. Tra i paesi che più si giovano delle attività di Facebook c'è l'Italia: il sito di Mark Zuckerberg, secondo gli ultimi dati resi noti da Deloitte, contribuisce al Pil nazionale per 2,5 miliardi di euro.

I lavoratori impiegati direttamente dal social network, o nell'indotto, sono circa 35mila. "L'Italia arriva pochissimo dopo Germania e Francia nella nostra classifica europea del business", dice Richard Allen, responsabile commerciale della compagnia nel Vecchio Continente. Il social web, insomma, è sempre più un fenomeno economico.




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