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Telecorruzioni
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Irregolarità fiscali, collusioni con la criminalità organizzata, intrecci politici: sul futuro delle tlc italiane cala una nebbia densa, mentre Fastweb e Telecom piombano nel caos.
Due tra le più attive società di net economy del Belpaese, Fastweb e Telecom Sparkle, rischiano di finire travolte dalle vicende giudiziarie dei propri dirigenti. Il mondo delle tlc nostrane vede l’ombra del commissariamento per la controllata Telecom e una sorte incerta per la compagnia del web veloce, pesantemente coinvolte in un’inchiesta per il riciclaggio di denaro sporco. Difficile capire se la confusione che regna negli uffici delle due società si risolverà positivamente, nelle prossime settimane.
Quel che è certo è che, dallo scoppio dello scandalo avvenuto il 23 febbraio, le azioni Fastweb e Telecom sono in perdita del 3-6%, mentre il puzzle della new economy nostrana, con la sua immagine pulita e innovativa, si sgretola. Le indagini hanno portato all’arresto di Silvio Scaglia, fondatore ed ex ad di Fastweb, Stefano Mazzitelli, ex ad di Sparkle, Nicola Di Girolamo, senatore Pdl, e Riccardo Ruggero, ufficiale della Guardia di Finanza.
L’inchiesta ha rivelato la collusione tra le due compagnie e la ‘ndrangheta, impegnate nel far fruttare illecitamente i guadagni non dichiarati, con vicende parallele di elezioni truccate (nel caso di Di Girolamo) e il coinvolgimento di figure ambigue come quella di Gennaro Mokbel, imprenditore noto per i flirt con la destra eversiva dei Nar.
Un ritorno al passato peggiore dell’imprenditoria italiana, fatto di corruzione e malavita, che mina seriamente il futuro di uno dei settori chiave dell’economia del Duemila.
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| Libertà responsabile |
La sentenza di Milano impone la definizione del ruolo delle web company nella pubblicazione di contenuti.
Ha rinfocolato il dibattito sulla libertà in rete la decisone del tribunale di Milano di condannare tre dirigenti di Google per aver permesso la pubblicazione di un video ritraente un minore down. La legge europea in vigore impone la cancellazione di video lesivi della privacy previa segnalazione.
La sentenza meneghina invece imporrebbe di procedere con una selezione a priori dei contenuti, difficile da applicare vista la mole. Un’alternativa potrebbe essere l’identificazione degli utenti attivi, rendendo l’internauta editore di se stesso e trasformandolo in un collaboratore degli introiti generati dai click sui suoi video.
Aspetti che lo metterebbero in condizione di avere un rientro economico. Una soluzione che snatura alcuni principi del web 2.0, ma che diversamente dalla ‘censura preventiva’ riconosce all’utente il suo contributo. Web 3.0? |
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