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Sindrome cinese
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La Cina prova a rubare informazioni a Google e il colosso americano minaccia di lasciare il mercato asiatico.
Riemerge il conflitto irrisolto tra internet e i centri di potere.
Google e la Cina in rotta di collisione. Moutain View medita l’addio al più appetibile tra i mercati orientali, dopo aver scoperto di essere stata colpita da sofisticati attacchi cibernetici guidati da alcune spie di Pechino.
I pirati hanno cercato di impadronirsi degli account Gmail di alcuni attivisti cinesi per i diritti umani. “Le imprese straniere sono le benvenute se agiscono in accordo con la legge”, ha dichiarato la portavoce governativa Jiang Yu. Google sembra però decisa a prendere posizione sull’accaduto: “Non abbiamo l’intenzione di continuare a censurare i nostri risultati sul motore di ricerca cinese Google.cn”, si legge in una nota del gruppo.
La questione è innanzitutto politica. Gli Stati Uniti chiedono spiegazioni sul fatto, mentre il ministro dell’Ufficio informazioni Wang Chen ribadisce che internet deve contribuire “a guidare l’opinione pubblica”. La censura, dunque, serve. E non solo alla Cina.
Ignorando il fatto che il web è ormai veicolo principe (non più alternativo) delle frammentazioni del mondo contemporaneo, va rinvigorendosi un fascismo mediatico d’antan (la proposta di legge italiana, l’Hadopi francese, i social network limitati in Iran, il Patriot Act americano), agghindato da fragili pretese economiche e di sicurezza. Libertà e controllo, consenso e democrazia. Gli affari della rete, ancora una volta, fanno emergere alcune delle idiosincrasie del tempo moderno.
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