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2 Dicembre 2004 pag. 15/16 n.302
I REPORTER RACCONTANO LA GUERRA
Onestà, passione e attenzione ai fatti. La testimonianza dei maggiori inviati italiani nelle zone di guerra in tutto il mondo

Metti insieme alcuni dei migliori inviati italiani a confrontarsi sul proprio mestiere e il risultato è una lezione di giornalismo, di etica, di passione, di storia da immagazzinare in qualche cassetto dell’anima e da ricordare quando ci troveremo di fronte l’ennesima pagina di giornalismo gridato, raffazzonato, manipolato. I giornalisti in questione sono Mimmo Candito, Toni Capuozzo, Ettore Mo, Valerio Pellizzari, Ferdinando Scianna, Ugo Tramballi riuniti da Daniele Protti, direttore dell’Europeo, in occasione della presentazione del numero della testata dedicato alle “Avventure indimenticabili - Il mondo raccontato dai grandi reporter”.
Ci sono decine di conflitti, spesso dimenticati, ai quattro angoli del pianeta e ci sono ancora moltissime “storie della periferia del mondo, dove la gente continua a soffrire” da raccontare, come sottolinea Ettore Mo, decano degli inviati del Corriere della Sera. Forse ora è più difficile trovare spazi per i grandi reportage perché “con queste nuove tecnologie c’è l’illusione di arrivare a tutto comunque, ma non è vero. I giornali saranno sempre uguali, bisogna sempre mandare in giro qualcuno - afferma Mo -. La testimonianza diretta rimane una cosa ineliminabile altrimenti i giornali si squalificano da soli”. La tecnologia diventa solo un mezzo in più perché “è sempre l’uomo che interviene con il cervello”, che scrive e che prepara un attacco memorabile a un pezzo. La tv non rappresenta un pericolo per Mo, anzi è addirittura uno “stimolo” che può spingere a “gettarsi in una nuova avventura”. I due generi, quello della tv e della carta stampata, “si possono integrare, non sono ostili e non creano disagio e conflittualità”, la tv può diventare “concorrente quando siamo sul posto, ma noi dobbiamo fare in modo di tirare fuori il meglio con gli strumenti a nostra disposizione. L’inviato della carta stampata ha qualche possibilità in più di approfondire una vicenda” afferma Mo che si considera un giornalista “embedded”, ma “nell’esercito del Corriere della Sera. In questo esercito sono stato a lungo un soldato semplice maltrattato e umiliato. Ero il milite ignoto del Corriere”. E ora, pur “avendo disertato i fronti negli ultimi due anni per un principio di pelandronite senile, sarei pronto a tornate e credo che prima o poi lo farò”.
Secondo Ferdinando Scianna, fotografo e inviato negli anni d’oro dell’Europeo, “l’informazione è annegata in un rumore di fondo” e c’è il rischio di una spettacolarizzazione perché “spettacolarizzato è oggi il mondo” che è “un prodotto da vendere e i giornali sono funzionali ai prodotti da vendere”.
Ama poco la qualifica di inviato di guerra Valerio Pellizzari del Messaggero, perché la considera riduttiva. “Il mondo fortunatamente non cammina solo con le guerre, le guerre sono come i monsoni: arrivano e poi se vanno e dopo il mosone arriva anche il bel tempo e poi si raccoglie anche il riso che il monsone ha fertilizzato con la sua acqua”. Un buon giornalista deve comunque “camminare con l’idea, con l’ossessione di tenersi fuori dalle parti, il che non vuole dire non avere simpatia per i musulmani di Sarajevo che vengono bombardati dai serbi o dei tibetani apertamente oppressi dai cinesi”. Significa non essere “embedded”: “questo è un mestiere che se scivola in una contiguità progressiva con le istituzioni perde la sua neutralità”.
Non denigra i giornalisti “embedded” Toni Capuozzo, inviato di Canale 5. “Credo sia una possibilità aggiuntiva. E’ importante che ci siano tante voci e credo che trincerarci dietro un’arrogante distanza sia ingannevole”. Anche per fare gli inviati occorre “reggere la sfida con i nostri tempi”. Diventa sempre più difficile raccontare il nemico. Lo sostiene Ugo Tramballi del Sole 24 Ore. “Provate ad andare sui giornali a raccontare cosa fanno i palestinesi, chi sono i talebani, e non per fare l’elogio del nemico. Non si può più raccontare il nemico e non è un problema di essere o meno embedded”. In Italia “siamo diventati improvvisamente tutti militanti, tutti abbiamo bisogno schierarci e diventiamo obsoleti”. Il giornalismo deve confrontarsi con altri nemici: la mancanza di onestà e verità e la politica. “Se imponete a un inviato il politicamente corretto il suo mestiere è finito” avverte Tramballi.
Mimmo Candito, appassionato inviato de La Stampa, lancia un grido di dolore. Occorre “chiedere un’assunzione di responsabilità civile a ognuno di noi e proiettarla anche all’esterno” ma è anche la società a dover pretendere un’assunzione di responsabilità affinché “l’informazione sia corretta”. Il “sapere quotidiano passa attraverso i mezzi di comunicazione di massa. Si crea un flusso informativo ininterrotto che costruisce il nostro sapere e la nostra conoscenza, ma se questo flusso non è organico, rispettoso della lettura della realtà, diventa pseudo conoscenza”. Candito ricorda i 439 giornalisti morti negli ultimi dieci anni perché non “si accontentavano dei bollettini, dei briefing”. Bisogna “distinguere il vero dal verosimile - suggerisce Candito -. La natura del giornalismo è un atto di verifica dell’informazione per accertare se sia vera o verosimile”. E Candito è convinto che lo “specifico linguaggio della tv condizioni il medium, velocizzi la comunicazione e questa velocizzazione è indifferente alla qualità dell’informazione. Oggi conta la comunicazione e non il messaggio”. Il reportage è “un racconto, una scoperta ma occorre un atteggiamento culturale che oggi non è più possibile”. Il rischio per il mestiere del giornalista è di “scivolare all’interno di una logica che, se non sapremo resistere, ci impedisce di sottrarci al conformismo generale, a non sapere recuperare il valore della diversità, della verità rispetto all’apparenza”.

• Simona Montella

 

PeaceReporter, che ha appena festeggiato un anno di vita, deve la sua stessa esistenza ai circa duecentocinquanta collaboratori sparsi in tutto il mondo, che forniscono notizie di prima mano sugli oltre quaranta conflitti dichiarati esistenti al momento.
Nato da un’idea dell’agenzia Misna e di Emergency, PeaceReporter è un quotidiano online e un’agenzia di stampa e di servizi editoriali che “nasce per fare informazione pura, rivolta alla diffusione della cultura della pace - afferma il direttore Maso Notarianni -. PeaceReporter vuole raccontare quello che succede nel mondo dal punto di vista di chi vive sulla propria pelle certe situazioni” e per farlo si avvale della collaborazione di numerose persone.
Chi sono coloro che forniscono le notizie a PeaceReporter? “I nostri collaboratori sono giornalisti, operatori di Ong, docenti universitari, medici, ricercatori e anche semplici cittadini che si trovano sui luoghi dei conflitti ognuno per svolgere il proprio lavoro - spiega il caporedattore della testata Marco Formigoni -. Per affinità ideologiche, queste persone ci forniscono notizie di prima mano”.
Le informazioni che giungono alla redazione “vengono poi verificate dai giornalisti attraverso le fonti ufficiali e poi pubblicate sul sito (www.peacereporter.net)”, continua Formigoni. La particolarità della struttura organizzativa di PeaceReporter sta nella volontarietà delle collaborazioni: “Noi sopravviviamo grazie alle donazioni e alla fondazione di Unicredit, che ci ha fornito i capitali per poter partire - aggiunge Notarianni -. Tutti i nostri collaboratori sono volontari. Gli unici ad essere retribuiti sono i giornalisti della redazione”.
Grazie alla rete di collaboratori, PeaceReporter riesce ad aggiornare costantemente il sito con almeno cinque nuovi approfondimenti al giorno e una quarantina di notizie. In più, oltre al notiziario radiofonico, sarà presto disponibile un bollettino con l’aggiornamento sui conflitti in corso. Da questo mese inoltre, attraverso la collaborazione con Telepress, i contributi video e i reportage saranno distribuiti alle televisioni di tutto il mondo.