| La radio digitale sta muovendo i primi passi. Dopo l’approvazione della legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo, così come è avvenuto per le televisioni, ora tocca alle radio lasciare l’analogico per il digitale. In realtà le sperimentazioni con lo standard Dab-T, la nuova tecnica per la radiodiffusione, sono iniziate già nel 1990 con la Rai, ma è solo negli ultimi anni che si sta passando dalla fase sperimentale a quella attuativa. Il Dab-T è un sistema studiato per la diffusione radio sonora terrestre in tecnica digitale per la ricezione da mezzi mobili, portatili e fissi. Si è sviluppato dal progetto “Eureka 147”, finanziato dalla Comunità Europea, ed è stato poi qualificato dall’Etsi come standard europeo. Si tratta di un sistema definito “condominiale”, in cui diversi programmi sono raccolti in un unico blocco, chiamato ensemble, a disposizione degli ascoltatori. Il servizio Dab-T è previsto da accordi internazionali, sottoscritti dall’Italia a Wiesbaden nel 1995 e a Maastricht nel 2002. Per promuovere lo sviluppo di questa tecnologia è nato nel corso degli ultimi anni il World Dab Forum (www.worlddab.org), un’organizzazione internazionale non governativa che conta, fra i suoi membri, emittenti pubbliche e private di oltre trentacinque paesi. In Europa, la Gran Bretagna, con 480 mila radio digitali stimate, detiene il primato nel settore delle frequenze, dei produttori di trasmettitori, di investitori e di ascoltatori. In Italia la normativa di riferimento è la legge Gasparri, approvata il 3 maggio scorso, anche se l’assegnazione delle frequenze per la sperimentazione risale al 2002. Adesso l’Authority per le telecomunicazioni ha tempo novanta giorni per emanare il regolamento attuativo delle disposizioni contenute nella legge.
Il Dab-T può essere irradiato in banda Vhf III e in banda Uhf-L: la prima si presta per coperture di ampi bacini, la seconda è idonea per aree più ristrette. Sulle frequenze del primo tipo si stanno muovendo le principali emittenti nazionali, raggruppate in quattro Consorzi: Rai, Club Dab Italia (Radio Deejay, m2o, Radio Capital, Rds, Radio Italia solo musica italiana, Radio 24, Radio Radicale, Rin, Radio Maria), Euro Dab (Rtl 102,5, Radio Hit Channel, Radio 105, Radio Montecarlo, 101, Radio Radio) e C.R. Dab-Consorzio radio digitale (Kiss Kiss e 71 emittenti regionali). I Consorzi hanno il ruolo di gestori della rete, mentre le singole emittenti si occupano della gestione dei contenuti da veicolare. “Euro Dab è stato il primo consorzio a fare partire concretamente le trasmissioni digitali -spiega Eugenio La Teana, responsabile Ricerca e Sviluppo di Rtl 102,5-. Attualmente la copertura è di circa il 50% della popolazione e conta entro l’anno di arrivare all’80%”. A livello locale, il Consorzio radio digitale ha già iniziato le trasmissioni con l’impianto di Milano: “Entro fine giugno partiranno almeno sei dei dieci nostri impianti dislocati in tutta Italia e, entro la fine di settembre, saranno tutti attivi”, spiega Roberto Giovannini, presidente di C.R. Dab. Per quanto riguarda la Rai, la sperimentazione coinvolge i programmi di Radiouno, Radiodue, Radiotre, GrParlamento, Isoradio e i due canali in filodiffusione di musica leggera. Gli impianti utilizzati sono circa venti collocati in Lombardia, Piemonte, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Toscana e Sicilia.
I vantaggi che offre il Dab sono diversi. Innanzitutto la tecnologia digitale permette di riunire, all’interno dell’ensemble, programmi e informazioni di natura diversa, anche per trasmettere dati, immagini, e-mail, fax. “La radio digitale permette di trasformare le emittenti da semplici veicolatori di prodotto a produttori di servizi veri e propri”, continua La Teana. Un altro vantaggio è dato dalla migliore qualità del suono e della ricezione. “Finalmente la radio si potrà ascoltare bene. Con le frequenze in digitale, che sono più stabili di quelle analogiche, non si sentirà più il fastidioso fruscio di sottofondo e non sarà più necessario cambiare frequenza quando si è in movimento”. Ma le potenzialità della tecnologia non bastano a diffondere la radio digitale tra gli ascoltatori. Le note dolenti arrivano dal mercato dei ricevitori. In tutta Europa esistono circa seicento modelli e il costo è ancora alto: si passa dai 150/200 euro per le radio collegabili ai computer e quelle da casa, ai 350 circa delle autoradio.
* Paola Giudiceandrea
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