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6 Maggio 2004 pag. 16 n.279
IL TELEFILM DIVENTA REALITY
Alcune famose commedie abbassano il sipario e c’è sempre più voglia di realismo. E anche l’Italia segue il nuovo filone televisivo.

Oggi i sei protagonisti di “Friends”, Rachel, Ross, Monica, Joey, Phoebe e Chandler, diranno addio a una delle serie più amate della storia della televisione. Negli Stati Uniti l’ascolto previsto per l’ultima puntata della decima stagione è stimato in cinquanta milioni di spettatori, mentre ogni spot da 30” è stato venduto dalla rete televisiva Nbc a due milioni di dollari. Qualche settimana fa è stata la volta di “Sex and the city”, altro serial di culto, a chiudere i battenti. Un altro addio che ha consentito di tirare le fila delle vite di Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha. Preso atto della chiusura di molte commedie, qualche tempo fa il settimanale statunitense “Entertainment weekly”, era arrivato a chiedersi se l’America avesse ancora voglia di ridere. Il mondo del telefilm sta cambiando: a Milano nei prossimi giorni sarà possibile assistere a molte anteprime, ma fare anche un viaggio nella nostra memoria televisiva, nel corso del Telefilm Festival (6-9 maggio). La manifestazione è nata da un’idea di Leo Damerini e Fabrizio Margaria, autori della seconda edizione del Dizionario dei telefilm, ed è organizzata da The Cuture business.
“La nuova tendenza è quella del reality - afferma Leo Damerini -. Il nuovo reality show è forse in realtà il telefilm: lo abbiamo visto in serie come “I soprano”, “Six feet under”, piuttosto che “Nip e Tuck” o “The office”, tanto per citare un esempio inglese. I nuovi telefilm raccontano la realtà di tutti i giorni, la vita con tutti i suoi risvolti, anche negativi”, forse più dei cosiddetti reality show che “hanno protagonisti che a volte sono avvezzi al mondo dello spettacolo o vip in disuso. Questa è la nuova tendenza. I Fisher, che sono la famiglia di “Six Feet under”, hanno messo nella tomba i Bradford”.
Fra gli esempi di telefilm con un occhio alla realtà che vedremo al Telefilm Festival c’è “K Street”, prodotto dalla coppia George Clooney-Steven Sodenberg. La serie sperimentale svela il mondo delle lobby di Washington e ha visto la partecipazione di veri consulenti presidenziali e giudici e addirittura del senatore Hillary Clinton.
La produzione nostrana si differenzia da quella straniera. “I telefilm italiani forse puntano un po’ alla credibilità, mentre quelli americani al realismo” spiega Damerini. Anche in casa nostra, “ci sono stati ultimamente due buoni esempi come “La squadra” e “Distretto di polizia”, che però non sono due punti di arrivo ma di partenza. Da lì si può cominciare a pensare di costruire tutto un filone che punta al realismo”. Canale 5, ad esempio, il prossimo anno lancia “Ris delitti perfetti” sulla scientifica italiana che sarà presentato in anteprima al festival. Damerini evidenzia come in Italia ci sia ancora “una mancanza di autori al contrario di altri paesi. In America e Inghilterra soprattutto, ma anche in Francia, c’è una scuola autoriale abbastanza forte che in italia deve essere ancora costruita. Ma ci sono dei passi positivi in questo senso”.
Nell’arco di cinquant’anni di televisione il 60% delle produzioni di telefilm è stato statunitense, contro il 12 italiano, ma “sta crescendo il prodotto italiano, del 3/4% negli ultimi tre anni”. Damerini sottolinea come il successo di “Elisa di Rivombrosa” e di “Orgoglio”, fiction in costume che sono da considerare più sceneggiati che telefilm veri e propri, “induce a sperare in una produzione maggiore nella serialità”. Il telefilm rappresenta “la matrice necessaria per una rete televisiva, per creare affezione e reiterazione, dando appuntamento alla prossima volta. Questo fa del telefilm uno dei prodotti cardine della televisione“

* Simona Montella