Il software libero sta prendendo sempre più piede nelle pubbliche amministrazioni di tutto il mondo. I comuni di Roma, Francoforte, Parigi, la Regione Toscana e il governo brasiliano hanno abbandonato Windows e Microsoft a favore di un sistema open source, che offre i vantaggi di essere più flessibile e soprattutto economico. E anche il Pentagono sta valutando l’opportunità di utilizzare Linux per le agenzie che si occupano di “attività sensibili”, come il Dipartimento per la Difesa. Attorno al sistema libero si sta creando un notevole interesse, sia a livello istituzionale sia da parte di associazioni create ad hoc, come la Free Software Foundation di Richard Stallman e Hipatia. L’obiettivo è sensibilizzare tutti, dai privati alle più alte istituzioni, sull’uso dell’open source e delle implicazioni che comporta. Non solo dal punto di vista scientifico, ma anche e soprattutto in riguardo alle problematiche etiche e filosofiche connesse. E’ quanto sta accadendo in alcuni atenei italiani: dal 19 al 23 aprile, è in programma la “Settimana delle libertà - Richard Stallman”, incentrata sui problemi legati al software libero e alla creatività in generale.
Nella tappa di Milano, presso l’Università statale, il dibattito è stato incentrato sul tema della libertà, con un occhio di riguardo alla ricerca scientifica. Filosofi del calibro di Giulio Giorello (Filosofia della scienza) e Paolo D’alessandro (Filosofia teoretica) hanno sviscerato il problema insieme a Gianni Degli Antoni (responsabile del Polo di Didattica e Ricerca di Crema dell’Univeristà di Milano), Igino Domanin (Università di Milano) Juan Carlos Gentile e Diego Saravia (fondatori di Hipatia), Sergio Amadeu (Instituto Nacional de Tecnologia da Informaçao del governo brasiliano) e a Stefano Maffulli (responsabile Free Software Foundation Italia).
Oggi “il software è uno dei mezzi principali per accedere alla conoscenza - spiega Igino Domanin -. Da qui la necessità di parlare della libertà della conoscenza. Ma bisogna utilizzare dei concetti diversi da quelli usati finora, che arrivano dalla Rivoluzione industriale. Oggi la conoscenza è ancora vista come un bene rivale, mentre invece non lo è: se passiamo un’informazione a un’altra persona noi non ne veniamo privati, come accade invece per un oggetto”. Secondo Domanin, il termine ‘pirata informatico’, quindi “non deve essere usato, perché chi fa una copia illecita non toglie nessuna conoscenza, ma anzi la moltiplica a costo zero”. Ma cosa si intende per ‘free software’? Per Paolo D’Alessandro “il termine ‘free’ è da intendersi nell’accezione di ‘free speech’, ovvero libero ma non necessariamente gratuito. Si possono avere quattro tipi di libertà: di utilizzare il programma come si vuole, di modificarlo in base alle proprie necessità, di moltiplicarlo e di aiutare la comunità attraverso la diffusione del software modificato e migliorato”. Il ‘pensiero in rete’ si muove nel ‘word wide web’, ovvero un “ipertesto indefinito in continua evoluzione”. Rispetto alla scrittura cartacea, internet teoricamente garantisce più libertà al singolo e alla comunità, perché lo pone come il vero soggetto-autore della rete, ma in realtà oggi la conoscenza “è diventata merce sottoposta alle leggi del copyright” e, quindi, non è più patrimonio di tutti.
D’Alessandro sottolinea anche che la libertà in internet è di fatto impossibile perché “oggi tutto è in rete, ma non tutti sono in rete”. Per fare “rivivere lo spirito della ricerca scientifica e del pensiero come patrimonio comune”, bisogna sviluppare “una filosofia del copyleft, che si basa sulla integrazione comunitaria”.
Il concetto di cultura come merce è ripreso da Giulio Giorello che, attraverso le parole di John Milton, sottolinea che “la cultura è sicuramente la merce più preziosa, che però non deve essere scambiata con un’etichetta ma anzi deve circolare liberamente: ‘Invece di muoverci noi, facciamo viaggiare le idee al nostro posto’”. Per il filosofo la comunicazione nella nostra epoca ha precise caratteristiche che, però, devono essere migliorate per poter parlare di libertà di espressione vista come una delle libertà fondamentali dell’uomo: “L’informazione diffusa nella rete globale deve soddisfare le esigenze di interconnessione sia tra i singoli sia tra le istituzioni, fino ad arrivare alla liberalizzazione totale. Serve però, da parte dei governi, una politica di interventi mirati per favorire la libera circolazione”. Inoltre, è necessario un cambiamento di visione. “Bisogna andare oltre alla concezione lineare esistente fra offerta e ampiezza: alta ricchezza di contenuti non deve significare necessariamente bassa raggiungibilità da parte del pubblico, e viceversa”.
Gianni Degli Antoni riporta la discussione sul concetto di software, che “è un servizio, esattamente come un ascensore” e sul fatto che la libertà in rete, in realtà, è molto difficile da ottenere: “La discussione sull’open source è inutile se non si tiene conto del fatto che esiste un concetto assoluto di approssimazione nel campo della libertà: ciò che rende libero me costringe qualcun altro. In questi ultimi anni internet sta attraversando un momento difficile perché le libertà conquistate danno fastidio a qualcuno e altri ne hanno abusato - vedi i fenomeni in aumento di spamming e materiale pornografico”. Il lavoro intellettuale deve inoltre essere tutelato “dall’Onu o da un organismo sovranazionale per permettere anche ai paesi in via di sviluppo di informatizzarsi”.
A favore dell’open source sono la Free Software Foundation, creata da Richard Stallman, e l’associazione Hipatia. Diego Saravia spiega che “Hipatia nasce da un gruppo di hackers di Argentina, Uruguay e Brasile, che ora coinvolge anche altre nazioni, tra cui Cina e India. Il presupposto dal quale partiamo è che ciò che deve essere considerato una proprietà intellettuale non è il linguaggio di programmazione - come Microsoft - ma bensì il codice sorgente. Quest’ultimo, infatti, permette l’inizio di un processo di riflessione proprio dell’uomo, necessita di essere rielaborato. A differenza del linguaggio di programmazione, che non è comprensibile dall’uomo e viene semplicemente eseguito dal computer”. Il software deve quindi essere libero per sviluppare e veicolare al meglio la conoscenza.
Della stessa idea è Stefano Maffulli, che spinge sulla necessità di parlare di open source in stretta relazione ai problemi etici. Uno dei primi governi ad attuare Linux nel proprio sistema operativo è quello brasiliano. Sergio Amadeu spiega i motivi che hanno spinto il Brasile ad accantonare Microsoft: “Ci sono cinque ragioni. Primo: è necessaria una democratizzazione del linguaggio basico, che è alla base della comunicazione. Secondo: adottare un sistema aperto significa avere più garanzie di sicurezza, requisito che un sistema chiuso, per definizione, non dà. Terzo: Linux ci permette di avere un’autonomia tecnologica e, quarto punto, di essere indipendenti dai fornitori di software ai quali paghiamo ogni anno più di un miliardo di dollari. Inoltre il free software permette ai paesi in via di sviluppo di aumentare la propria intelligenza a livello locale perché fomenta informazione e creatività”. Anche l’Italia sta lavorando per adottare l’open source nella pubblica amministrazione. Il ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Lucio Stanca, sta pensando di emanare una direttiva che renda obbligatorio per le P.A. l’uso di almeno un formato aperto dei dati per consentire l’accesso e la tutela del patrimonio informativo.
In controtendenza l’Europa, che nei giorni scorsi ha varato il progetto di una direttiva per regolare la protezione giuridica delle invenzioni attuate per mezzo di elaboratori elettronici. La proposta della Commissione europea è stata vista da molti come un enorme regalo ai grandi gruppi della programmazione informatica e, se venisse approvata, farebbe diventare illegali la metà dei software utilizzati attualmente in Europa. I produttori di free software, Linux in testa, non ci stanno e sono scesi in piazza a Bruxelles, insieme a Hipatia, che promuove anche una protesta da attuare sul web (l’indirizzo è www.hipatia.info).
*Paola Giudiceandrea |