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15 Aprile 2004 pag. 15/16 n.276
INFORMAZIONE IN VENDITA
La produzione di news e reportage per la tv è cambiata radicalmente. Ecco come funziona il mercato e a chi proporre uno scoop
A CHI VENDERE UNO SCOOP
Chi vuole vendere contenuti d’informazione farà bene ad armarsi di grande pazienza. Telefonare ai responsabili dei programmi in Italia è quasi inutile. Nelle grandi televisioni estere ci sono invece dipartimenti appositi che valutano le proposte dei produttori indipendenti. Un buon modo per conoscere il mercato in generale è partecipare a una delle fiere del settore. Tra le più importanti ci sono in Italia il Mifed(www.mifed.com) in cui si vendono e comprano anche documentari. In Francia due volte all’anno si svolge il MIP diviso in MIPTV ad aprile (www.miptv.com) e MIPCOM (www.mipcom.com) a ottobre, mercati del programma televisivo in cui sono trattati tutti i generi di contenuti. Negli Stati Uniti c’è il NATPE (www.natpe.org). Un giro tra gli stand e un investimento nel catalogo degli espositori vale quanto cinque anni di esperienza.
Tutti questi mercati stanno spostando la loro attenzione anche sui contenuti multimediali. Il video non solo attraverso la tv, insomma. Un settore in crescita che richiede competenze innovative in grado di fare funzionare davvero le potenzialità dei mezzi interattivi con quelle dei contenuti tradizionali.Inoltre, la potenza della larga banda può aiutare chi vuole far vedere il suo prodotto in tutto il mondo,o anche alla tv vicino a casa. Basta mettere su un sito il filmato e proporlo alle televisioni, senza dover spendere molti soldi per le cosiddette viewing cassette, quei nastri che spesso finiscono impilati e che nessuno guarda. Attenzione a indicare chiaramente se la produzione è stata realizzata con standard broadcast (Betacam, ad esempio). Se non avete contenuti esclusivi la qualità tecnica deve rispondere a canoni severi (qualche indicazione su www.smpte.org). Ci sono inoltre circuiti internazionali creati tra le televisioni per acquistare in pool i programmi di informazione, oppure acquistarne i diritti per poi rivenderli in una sorta di borsa del reportage. Quindi attenzione se vendete qualcosa a specificare bene di chi sono i diritti, altrimenti potreste scoprire che una piccola cessione alla tv lituana porta il vostro prodotto nelle case dei telespettatori di cinque continenti.


L’informazione in televisione, nei paesi normali, è affidata a un mix di redazioni interne alle reti, produttori indipendenti e agenzie di stampa. In Italia, che paese normale non è, sostanzialmente le ultime due figure non esistono, o meglio esistono, ma non lavorano con le tv italiane. Nel corso degli ultimi dieci anni il comprensibile protezionismo sindacale nella tv pubblica, oberata da un numero di giornalisti pazzesco, e la concentrazione del controllo dell’informazione in Mediaset, ha ridotto o eliminato del tutto gran parte dei contributi esterni alle redazioni. La conseguenza è un’informazione limitata e omologata, che ci fa guardare troppo spesso con ammirazione al dinamismo dell’informazione televisiva internazionale. Le televisioni di gran parte del pianeta partono dal presupposto che esiste una linea editoriale del canale e che i contributi di qualità devono essere i più numerosi possibile. Di fatto non esiste nelle grandi tv pubbliche una linea politica, ma possono esserci servizi di forte critica a tutti gli schieramenti. In teoria. Su questa base vi sono importanti produttori indipendenti che vivono anche solo di pochi clienti, alle volte un solo canale televisivo, ma che si concentrano sulle produzioni, di reportage di più ampio respiro, quelli che ogni tanto diventano degli scoop. Su questa matrice oggi difficile da emulare abbiamo ad esempio la storia di Report, indubbiamente uno dei programmi di migliore qualità della tv italiana, nato dal lavoro di giornalisti indipendenti. Ma anche le trasmissioni di Deaglio, oppure Mixer ai tempi di Giovanni Minoli che lavorava in parte con la tecnica dei contributi esterni. Un altro elemento che ha distrutto il mercato italiano dell’informazione in tv è stata la riduzione degli spazi di informazione, o la trasformazione di alcune trasmissioni in prodotti di scarso valore giornalistico.Programmi come Inviato speciale di Italia Uno, un programma di brevi inchieste, ha oggi il suo simulacro in Lucignolo o L’Alieno, trasmissioni qualitativamente di altro peso. Anche programmi come Link o Le storie di Verissimo di Canale 5 sono scomparsi. Lo stesso rotocalco quotidiano Verissimo, passato sotto l’ala del TG alcuni anni fa, ha perso per strada la cronaca bianca e nera dedicandosi solo a cronaca rosa e agli scandalini tra vip. Ma gli esempi possono andare aventi a lungo fino a trovarci necessariamente a confrontare la qualità giornalistica di programmi come Il Rosso e il Nero o Samarcanda di Michele Santoro con Luned’Italia di Antonio Socci.
Ma la scarsa qualità dell’informazione non è un problema solo italiano come ci spiega Davide Porro, responsabile dei rapporti internazionali di Telepress, la prima agenzia di stampa televisiva italiana, una delle prime nel mondo: “In tutti i paesi la globalizzazione ha comportato negli ultimi anni una reazione inversa, che ha spinto le testate televisive a trattare sempre di più i fatti di casa propria. Sono pochi grandi eventi internazionali a trovare spazio nei TG e nei magazine. Poche informazioni e sempre le stesse - prosegue Porro - coperte da alcune agenzie di stampa con vocazioni precise”. Il mercato è spartito tra pochi soggetti. I grandi eventi, come la guerra in Iraq vengono ‘coperti’ prevalentemente da due agenzie, APTN (Associated Press Television News) e Reuters. Al loro fianco i servizi commerciali dei network statunitensi che godono di condizioni privilegiate. Fox e Cnn realizzano servizi che poi rivendono al mercato anglosassone. Ci sono poi agenzie legate al territorio, come Telepress in Italia, un po’ in tutti i paesi. “Il vantaggio di Telepress - riprende Davide Porro (telepress.diesis.it) - è quello di avere sede in un paese molto interessante per i media internazionali, questa è la motivazione dello sviluppo dell’agenzia che ha saputo imporre fin dal 1989 la sua leadership in Italia e raggiungere le prime posizioni nel mondo. Ma anche per noi il mercato interno è sostanzialmente scomparso. Abbiamo lavorato molto con Mediaset, con Verissimo e Inviato Speciale, qualcosa per la Rai con Mixer e TV7 ottenendo risultati d’ascolto straordinari e forti soddisfazioni sul piano della qualità. Ma oggi il mercato è quasi esclusivamente internazionale”.
Le agenzie di stampa televisive hanno dunque la loro ragione di esistere per due motivi principali: se fanno dei servizi che le altre tv non sono in grado di fare, oppure se producono dei contenuti il cui costo è inferiore a quello che dovrebbe sostenere la tv per fare la stessa cosa. Chi ha in mano uno scoop troverà sempre qualcuno disposto a comprarglielo, magari però fuori dal nostro paese. Oggi riuscire a dare prodotti di informazione a una televisione italiana è molto difficile.
Le cose potrebbero cambiare se quel pasticciaccio che è il disegno di legge Gasparri riuscirà un giorno a diventare una legge dai contenuti ragionevoli. Alcuni embrioni interessanti sono contenuti negli articoli che oltre a disegnare un mercato in grado di dare redditività solo ai grandi gruppi impone sulla carta anche una linea per il settore di taglio più europeo. Ad esempio, la suddivisione tra gestore di rete e produttore di contenuti è determinante per rilanciare la diversità di ruoli tra i broadcaster e i produttori. Nella legge questa suddivisione è indicata, ma è male regolamentata. In ogni caso è una direzione da percorrere. Di fatto nei paesi con una grande tradizione d’informazione, pensiamo a Gran Bretagna, Francia, Germania o Stati Uniti, i broadcaster sono dei veicoli che ospitano contenuti solo in piccola parte prodotti internamente. Sono società esterne a realizzare i programmi e questa concorrenza migliora inevitabilmente anche la qualità. Esattamente l’opposto di quello che la Rai ha fatto nel suo passato recente, utilizzando i principi di ottimizzazione e risparmio per eliminare quasi completamente gli apporti esterni (tranne quelli dei creatori di format). Almeno sulla carta, perché alcune sedi che dovevano essere valorizzate, come quella di Milano e di Napoli, hanno avuto una sorte ben diversa da quella annunciata.

*Marcello Costa