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8 Aprile 2004 pag. 16 n.275
TELELAVORO: QUALE FUTURO?
La normativa risale al 1999, ma finora l’e-work esiste solo sulla carta.
Intanto il Formez organizza un progetto per diffonderlo nelle P.A.

Il telelavoro fatica a decollare. A cinque anni dall’approvazione del decreto che ne disciplina le modalità, sono davvero poche le pubbliche amministrazioni italiane che hanno adottato questa modalità lavorativa per i propri dipendenti. Il motivo dello stallo è da ricercarsi, prima di tutto, nella stessa normativa, fin troppo puntigliosa nel disciplinare il rapporto lavorativo. Negli ultimi anni, le nuove tecnologie hanno contribuito allo sviluppo del lavoro in rete, che però non rientra nei rigidi paramentri di classificazione del telelavoro e non si può definire tale. Qualche segnale di ripresa inizia però a vedersi. A dare l’input è il Dipartimento della Funzione pubblica italiano, che ha dato mandato al Formez di sviluppare il progetto “Il lavoro pubblico che cambia”.
Il Dpr del 1999 definisce il telelavoro “la prestazione di lavoro eseguita dal dipendente di una delle amministrazioni pubbliche in qualsiasi luogo ritenuto idoneo, collocato al di fuori della sede di lavoro, dove la prestazione sia tecnicamente possibile, con il prevalente supporto di tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che consentano il collegamento con l’amministrazione cui la prestazione stessa inerisce”. Sono quindi tre le caratteristiche principali. Primo, la delocalizzazione: la mansione può svolgersi in qualsiasi luogo fuori dalla sede di lavoro, dove la prestazione sia tecnicamente possibile. Secondo, l’utilizzo di tecnologie: per fare del telelavoro serve un insieme di apparecchiature e di programmi informatici. Terzo, la collegabilità del dipendente con l’amministrazione pubblica di appartenenza: è importante che la tecnologia consenta il collegamento con l’amministrazione, anche se questo non avviene poi in tempo reale, online. Il progetto del Formez, che si concluderà nel marzo 2005, ha come finalità l’approfondimento, la diffusione e la valorizzazione delle pratiche di telelavoro sviluppate finora dalle P.A. italiane ed europee attraverso una serie di laboratori che coinvolgeranno i dipendenti pubblici delle regioni coinvolte. Il primo passo da compiere è il monitoraggio e la mappatura delle esperienze di e-work avviate. Attraverso la fase dell’osservatorio si punta a ottenere le maggiori informazioni possibili, in modo da avere una prima idea del livello di utilizzo e di diffusione del telelavoro. Una delle realtà più attive in Italia è l’Emilia Romagna, dove sono stati avviati 73 rapporti lavorativi. A marzo hanno preso il via i Laboratori. Le esperienze monitorate saranno valorizzate e utilizzate come buoni esempi dai quali partire per sviluppare nuovi progetti di telelavoro. Articolati in diversi incontri, analizzeranno gli strumenti e le risorse disponibili per avviare una riorganizzazione flessibile del lavoro e condurranno alla terza fase del progetto, l’assistenza a distanza per le pubbliche amministrazioni che decideranno di utilizzare il telelavoro.
L’analisi del Formez è uno strumento utile per mostrare i vantaggi della flessibilità del telelavoro, soprattutto oggi che lo sviluppo delle tecnologie ha raggiunto livelli elevati e, quindi, l’e-work potrebbe prendere piede. Ma il problema è a livello normativo. La regolamentazione come rapporto di lavoro subordinato, i limiti della sua applicabilità (ad esempio, lo stipendio è calcolato sulle ore lavorative e non sugli obiettivi raggiunti), le modalità di erogazione della prestazione (legata alla dotazione tecnologica e alla natura giuridica dell’uso delle attrezzature) non l’hanno fatto diventare una modalità di lavoro alternativa e affiancabile a quelle ordinarie. La strada da seguire è quella di ampliare la definizione di e-work in modo che comprenda una vasta gamma di situazioni - che vanno dalla prestazione autonoma a quella subordinata - e di avvicinare il telelavoro al lavoro a distanza e a quello in rete.

*Paola Giudiceandrea