| Giornalisti carne da macello? Non in tutto il mondo, ma la situazione dei lavoratori dell’informazione nel 2003 non è certamente stata rosea. Trentasei sono stati i giornalisti uccisi contro i diciannove del 2002. Al 31 dicembre 2003 centotrentasei erano imprigionati a causa del loro lavoro. La palma nera spetta alla Cina con trentanove giornalisti dietro le sbarre, seguita da Cuba con ventinove rappresentanti della stampa imprigionati. Il tragico bilancio è contenuto nel libro “Attacks on the press in 2003” realizzato dal Committee to Protect Journalists (CPJ), organizzazione non profit che si occupa di libertà di stampa. Il volume è disponibile anche online (www.cpj.org), le sezioni regionali sono tradotte in spagnolo, cinese e russo; le versioni in arabo e francese saranno disponibili a breve.
La guerra in Iraq ha pesato molto sul bilancio del 2003: tredici sono i caduti, di cui almeno quattro per mano degli statunitensi. L’8 aprile fu una giornata nera con il bombardamento da parte delle truppe Usa dell’hotel Palestine, dove alloggiavano proprio i giornalisti, e la sede di Baghdad del canale satellitare Al Jazeera. Sempre gli statunitensi, dove la libertà di stampa è sempre stata un imperativo imprescindibile, cancellarono per un breve periodo l’accredito ai rappresentanti di Al Jazeera alla borsa di New York. Secondo il rapporto, la guerra sarebbe “colpevole” anche degli arresti a Cuba: Fidel Castro avrebbe infatti approffitato dell’attenzione rivolta verso il Golfo per scatenare il suo attacco agli operatori dell’informazione. Anche la Russia del “democratico” Putin non è propriamente amica di un’informazione libera e indipendente. Il paese ha anche chiuso diversi siti internet dedicati al conflitto in Cecenia. Secondo il Cpj la maggior parte degli omicidi rimane ancora impunita in molti stati che considerano gli organi di stampa come un fastidio. Molti governi, inoltre, non denunciano casi eclatanti. Il presidente del Sud Africa, ad esempio, Thabo Mbeki, secondo il Cpj, è rimasto zitto mentre il numero uno dello Zimbabwe Robert Mugabe cacciava dal paese i media stranieri e chiudeva l’unico giornale indipendente. Emblematico un commento del presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko che si è detto “fermamente convinto” che il giornalismo debba essere gestito dallo stato. Nel 2003 anche paesi solitamente tolleranti verso gli organi di stampa hanno stretto la morsa in nome della lotta al terrorismo. In Marocco ci sono stati diversi arresti, ma una ventata di clemenza è tornata a spirare all’inizio del 2004 con la liberazione di un giornalista.
L’anno trascorso ha portato anche qualche nota positiva: a Honk Kong le pressioni dell’opinione pubblica hanno spinto il governo a ritirare una legge che avrebbe seriamente minacciato la libertà di stampa. E qualche paese non è nemmeno citato nel rapporto del Cpj, segno che esistono ancora degli angoli del mondo in cui è possibile raccontare ciò che succede senza pressioni, timori o minacce. La vecchia Europa occidentale, il Canada, l’Australia, qualche stato caraibico, alcune isole del Pacifico, pochi paesi africani come il Botswana, la Nuova Zelanda brillano per assenza nel rapporto del Cpj.
Il 2004 non è partito sotto i migliori auspici e le uccisioni di giornalisti stanno quasi raggiungendo la decina. Le ultime vittime del mondo dell’informazione sono da cercare ancora una volta in Iraq: qualche giorno fa Ali Abdel-Aziz e Ali Al-Khatib, rispettivamente cameraman e reporter dell’emittente satellitare araba Al-Arabiya sono stati uccisi a Baghdad dalle truppe statunitensi. Il che porta a quota sei i giornalisti uccisi dai militari statunitensi dall’inizio della guerra in Iraq. Due giorni fa invece fuori Nablus è stato ucciso il giornalista palestinese Mohamed Abu Halima che stava facendo un reportage sulle attività delle truppe israeliane vicino a un campo profughi.
*Simona Montella
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